BORSA
NERA
Estate
1945, l'incubo è finito ora possiamo guardare avanti
con fiducia. La morte, che per lunghi mesi ha camminato al nostro
fianco, ora non ci fa più paura. Ho vent'anni e ho tutta la vita
davanti. Ma come siamo mal ridotti! L'unico paio di scarpe che ho è
rattoppato, il vestito è di stoffa autarchica. Sono arrivati i
primi aiuti dall'America, si rivede del pane bianco e impariamo a
mangiare una pappetta fatta con farina di cereali indefinibili.
Soldi non ce ne sono, lavoro neppure; d'altra parte io devo ancora
frequentare un anno di scuola per acquisire il diploma di perito
industriale. Imperversa la borsa nera. Si compra e si vende tutto
quello che è introvabile nei negozi. I prezzi non vanno più
d'accordo con le entrate delle famiglie. Ci si arrangia come si
può.
In
questo quadro, i miei amici Aldo Dalmasso e Tole Marchisi,
per sbarcare il
lunario comprarono una grossa partita di aghi con l'intenzione di
andarli a vendere a Napoli dove sembrava esserci penuria di questo
articolo (spingule francesi). Partirono utilizzando la tecnica
della dichiarazione fasulla che loro stessi si erano fabbricata con
i timbri della Brigata partigiana e che serviva ad ingannare il
controllore del treno; dopo pochi giorni ritornarono delusi nelle
loro aspettative commerciali, ma con una gran voglia di raccontare
a tutti le loro avventure di viaggio. Carlo Satta seppe che nel
Vercellese si poteva comprare riso direttamente dalle cascine ad un
prezzo onesto. Con il solito sistema prendemmo un treno alla volta
di Vercelli. Arrivammo in città quando ormai si faceva buio.
Chiedemmo a dei passanti dove trovare una caserma e avutane
l'informazione ci dirigemmo nella direzione indicataci. La caserma
era aperta e deserta, però le luci erano accese. Ci scegliemmo due
brandine in una camerata e cercammo di dormire. Ma avevamo fatto i
conti senza le zanzare che avendo avvertito l'arrivo di buon sangue
forestiero, si abbatterono a nuvole sui nostri corpi facendone
scempio. Metà della notte la passammo sotto le docce (che ancora
funzionavano egregiamente) per farci passare il bruciore della
pelle. Come arrivò l'alba lasciammo il nostro scomodo giaciglio e
ci mettemmo in strada in cerca di un passaggio per la campagna. La
nostra impresa avrebbe potuto anche essere un fallimento, in quanto
le notizie che ci avevano portato fin lì avrebbero anche potuto
essere fasulle. Invece no, fummo fortunati.
Raggiunta una cascina poco lontana da Vercelli potemmo comprare una decina
di chili di riso a testa ad un prezzo decisamente vantaggioso, non
solo ma un camionista che si era fermato a caricare nella stessa
cascina, ci offrì un passaggio sopra i sacchi di riso del cassone
fino a Torino dove lui era diretto, così senza grande fatica
potemmo prendere il treno a Porta Nuova ed in serata raggiungere
trionfalmente le nostre abitazioni. Fra i prodotti che
scarseggiavano c'era pure il sale e allora si suppliva con acqua
salata che veniva portata da qualche località delle langhe e poi
venduta in damigiane. Anche l'olio d'oliva era una merce preziosa e
non era facile procurarselo, anche perché fra le poche cose che
ancora funzionavano, era rimasto, sempre inflessibile, il controllo
della polizia annonaria che vigilava sui commerci clandestini. Non
è che si rischiasse la galera, ma la confisca delle merci era di
per sé un grosso danno per il trasportatore. Così, per evitare le
strade battute, alcuni bovesani scelsero la strada delle montagne.
Avevano scarpinato per quei sentieri per mesi e mesi sempre con la
paura che faceva loro compagnia, ora potevano fare gli stessi
tragitti, ma con l'animo più tranquillo. La corvé partiva da Boves,
attraversava il col della Piana (di fianco alla croce della
Bisalta), arrivava in giornata fino ad un rifugio abbandonato
vicino a Monesi dove si passava la notte. Il giorno dopo si
scendeva verso il mare nei pressi di Triora, paesino in fondo alla
vallata che parte da Arma di Taggia. Fatto rifornimento di olio dai
contadini locali si rifaceva la strada in senso inverso con tutto
quello che le povere spalle potevano portare. Io non fui mai
invitato a prender parte a queste spedizioni e me ne dispiacque,
tanto più che dovevo poi subire il racconto dell'avventura dal mio
amico Carlo Satta e la cosa suscitava in me una certa
invidia.
L'olio d'oliva comprato in Liguria serviva per lo più per le
necessità familiari ma c'era anche chi ne faceva commercio,
ripagandosi così dell'orribile fatica fatta per andare a prenderlo.
Uno di questi era il povero Aldo Cavallera (fratello del
portalettere) che per poter trasportare più merce si era fatto
prestare un mulo da un nostro montanaro. Si racconta che in uno dei
questi trasporti, nei pressi di Fontana Muta (poco sotto la croce
per chi non è mai stato da quelle parti), di ritorno da una di
quelle spedizioni, il mulo avesse messo un piede in fallo
precipitando con tutto il carico giù per la china fino a
sfracellarsi in fondo al pendio, lasciando Aldo in seri pasticci.
Tutto questo capitava durante quella stupenda estate quando nelle
sere tiepide si andava a ballare al "Bisalta Park" o nel salone
all'ultimo piano del nuovo municipio che allora era parzialmente
distrutto dall'incendio del 19 settembre. Anch'io percorsi la
strada dell'olio ma fu solo in inverno, durante le vacanze di
Natale, alla fine dell'anno 1945, ma feci il viaggio comodamente
seduto su un autobus di linea in compagnia del mio amico Piero
Pellegrino, il compianto geometra bovesano da poco scomparso.
Partimmo come al solito all'avventura senza sapere cosa avremmo
trovato. A Boves nevicava, ma Piero mi assicurò che appena avremmo
attraversato il col di Nava ci saremmo trovati in pieno sole.
Invece quel giorno nevicava anche in riviera anche se poco; verso
sera la neve si era trasformata in una pioggia insistente. Io mi
ricordai che durante la guerra avevo conosciuto a Boves un alpino
del Val Arroscia di nome Bruno Franco, che spesso veniva a sciare
con noi sui campi dei Cerati. Io stravedevo per lui perché era un
bravo sciatore e un ragazzo gentilissimo e ne avevo fatto il mio
maestro di sci.
Si
era venuta così a creare fra di noi una simpatia reciproca
che si era poi
allargata a tutti i membri della mia famiglia. Quando fu costretto
a lasciare Boves non si dimenticò mai di noi e continuò a farci
avere di tanto in tanto delle cartoline con i suoi saluti. Io
conoscevo perciò il suo indirizzo e con Piero decidemmo di andarlo
a trovare per avere da lui qualche buona dritta su dove trovare a
comprare l'olio ad un buon prezzo. Mai accoglienza fu più calorosa.
Dal momento che lo incontrammo fummo suoi ospiti a tutti gli
effetti. Ci invitò a cena e poi ci fece dormire nel suo modesto
alloggio da scapolo ad Arma di Taggia. Quando gli chiedemmo per
l'olio ci disse di non preoccuparci che ci avrebbe pensato lui.
Infatti l'indomani mattina, quando ci alzammo, trovammo pronte per
noi due lattine da dieci chili che lui non volle assolutamente
farci pagare. In serata eravamo di nuovo a casa. Ma torniamo alla
borsa nera di quell'estate. Sempre con l'intenzione di far su
qualche soldino io e Mario Dalmasso (Guzzi) tentammo la via del
tabacco. C'erano già in giro le Lucky Strike, le Camel e le
Chesterfield, sigarette americane dall'aroma esotico, ma mancava il
trinciato comune, quello che serviva ad arrotolare le sigarette a
basso costo o a fumare nella pipa. Mario mi disse che un suo
parente di Gorgonzola (paese vicino a Milano) era in grado di
procurarci una partita di quella merce preziosa, bastava andarla a
prendere. Spacciandoci per partigiani in trasferta salimmo sul
treno a Boves diretto per Torino e poi per Milano. L'abbattimento
di un'arcata del ponte nuovo di Cuneo aveva riportato la
stazioncina ferroviaria di Boves agli antichi splendori.
Non potendo più utilizzare la stazione sull' altopiano di
Cuneo si
doveva ricorrere al vecchio tragitto Borgo - Boves - Cuneo - Gesso
cosa che facilitava tutte le partenze e gli arrivi dal nostro
paesello. Giunti alla stazione Centrale di Milano ci trasferimmo
immediatamente in una piazza poco lontana da dove partivano i
trenini per la provincia. A Gorgonzola feci conoscenza con gli zii
di Mario, i mitici zii di cui avevo tanto sentito parlare presso i
quali il mio amico si era recato subito dopo aver finito le
elementari per imparare il mestiere dell'albergatore. In realtà
l'albergo gestito dallo zio era modesto, ma per mezzo delle loro
conoscenze Mario aveva potuto lavorare in prestigiosi alberghi
all'estero dove aveva imparato il francese e a cucinare. Ci
fermammo nel paese per un paio di giorni approfittando
dell'occasione per fare un bel bagno nel Naviglio che passava lì
nei pressi. Il viaggio fu piacevole ma gli affari magri. La
quantità di tabacco che gli zii ci procurarono fu misera cosa. Mia
mamma si incaricò di rivenderlo ai pochi clienti che ancora
frequentavano il nostro negozio e la nostra fetta di utile fu
trascurabile.
